Il primo soffio gelido d’ottobre arriva al mattino presto, portando con sé un verdetto inevitabile: l'albero di fronte a casa decide di disfarsi della sua chioma, e sceglie il mio ingresso come teatro principale.
Impugno il rastrello con l’ostinazione di chi crede di poter imporre il proprio ordine alla natura.
Mi metto al lavoro subito dopo la colazione, tracciando solchi precisi tra l’erba umida. Ad ogni passata, le foglie ramate e dorate si radunano in cumuli croccanti, liberando un profumo denso di terra bagnata e bosco. Per un momento, la soglia di casa torna ad essere pulita, uno strato di mattoni rossi finalmente visibile al sole.
Ma è un’illusione breve.
Appena piego la schiena per raccogliere il primo mucchio nel sacco, un mulinello di vento scende dall'alto come un riso sommesso. Un nembo di sfumature ocra, bronzo e ruggine si stacca dai rami in un’unica, coordinata pioggia silenziosa. Si posano con una calma quasi irrisoria, esattamente lì dove ho appena finito di rastrellare.
È una lotta impari. Raccolgo dieci foglie e l'albero ne butta giù cento.
Rinuncio. 😅😆

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